Piazza e teatro

Piazza: Zingarelli = dal greco platys , largo, ampio, vasto.

 

Apparentemente, per la cultura occidentale, la piazza è solo un dato spaziale. Viene liquidato dai dizionari in modo quasi metafisico, astratto. Eppure nelle piazze, in questi larghi spazi, avvenne molto, e molto, tuttora, avviene: l’agorà, la piazza era il luogo d’incontro e di dialettica nell’alba della filosofia occidentale; lo spazio che precede la dimora degli atridi dove si consumò la tragedia che ha corrotto la cultura occidentale; gli spazi che nella Città Proibita fanno da pausa tra la porta di una dimora e un’altra porta e un’altra piazza. La piazza è anche luogo d’incontro di strade e crocevia: dal trivio dove si consuma il parricidio edipico, a quello di Piazza San Cosimato dove l’immagine di Eros e Psiche trasforma l’immagine del rapporto dell’altro da sé, superando così l’inganno del cosiddetto “complesso edipico”. Ma è anche Piazza Venezia e Piazzale Loreto dove immagini tragiche ci ricordano un tragico passato. Ma è anche piazza Tiennamen, dove naufraga la speranza dei giovani cinesi; la piazza è tutte le Plazas de Las Armas dove, negli anni ’70 e ’80, si realizzò l’incubo reazionario dei nipoti dei latifondisti sudamericani divenuti i capi delle oligarchie capitalistiche legittimate dall’Opus Dei.

Potrei continuare all’infinito, ma, per quando ci riguarda, la piazza, è un luogo comune, inteso come luogo che appartiene alla comunità. Vale a dire che le piazze sono quegli spazi, che nelle città, appartengono ancora alle circoscrizioni e quindi ai comuni quindi ai cittadini e che, dato il valore economico, che questi spazi urbani assumono, fanno gola a gruppi di potere economico, che cercano, corrompendo i politici eletti dal popolo, di accaparrarsi questi luoghi per trasformarli in beni privati a scapito del bene comune.

 

Ora pensiamo ad una piazza, in una polis greca in un periodo storico che va dal XV al VI secolo a. C., dove un aedo, aoidós, un cantore, narra leggende e miti arcaici. L’aedo aveva, nella cultura, greca varie funzioni: narrando i miti egli divulgava una proto lingua greca, la faceva vivere e divenire; inoltre diffondeva l’etica sociale, rappresentata nei miti. In un frammento di Eraclito troviamo una frase significativa: étos antropo daimon” che potremmo tradurre: l’immagine interna il daimon – è etica per l’essere umano. Certamente certamente un’etica in divenire, anche perché il comportamento di Achille è vistosamente differente da quella di Odisseo. Il canto degli aedi dava alla koinè greca un’idea di civiltà che doveva essere interiorizzata e fatta infine divenire prassi di vita e comportamento sociale.

Ora pensiamo ad un teatro, anzi ad un’immagine quasi onirica di anfiteatro. Un teatro viene solitamente pensato come un luogo architettonico dove gli attori si recano a rappresentare tragedie e commedie. Per assurdo si potrebbe quasi pensare che è il teatro stesso, inteso come luogo fisico, fatto di mura e poltrone, che fa scaturire la rappresentazione. Certamente non è vero.

E, se immaginassimo un luogo, una terra di nessuno, e quindi di tutti, mettiamo un posto addossato alla collina, vicino alla stazione di Via Quattro Venti, un luogo dove ora c’è un piccolo cerchio di cemento. Ecco pensiamo a questo luogo e a qualcuno, a più individui che vogliono ‘essere teatro’, che hanno voglia di fare e rappresentare una ricerca sul teatro, sulla sua storia, sulla sua nascita, sul suo divenire attraverso i secoli, aperto a chiunque si trovasse a passare da quelle parti. Cerchiamo di immaginare dei cantori che raccontino la nascita della tragedia, ma anche della filosofia, della lirica e della poesia, in un linguaggio comune, umano, comprensibile, a chi vuole conoscere. Cerchiamo di immaginare ad un teatro diverso, senza muri.

 

Immaginiamo una piazza, l’ Agorà dell’antica Grecia, dove un aedo, abituato a raccontare, in modo schematico, il solito mito, si elevi dal terreno dove era seduto e, ribellandosi all’abitudine che lo teneva incatenato ai canoni epici, impersoni uno o più personaggi dell’epica mitica creando così la tragedia e il teatro.

Immaginiamo che questo angolo di città, “abitato” da individui che si incontrano per fare ricerca sul teatro, scaturiscano, come per magia, strutture nate dalle voci di chi fa teatro, che appaiano, come in un sogno, sipari, scalinate …immaginiamo…come scriveva Pirandello nei Giganti della montagna: «…A noi basta immaginare, e le immagini si fanno vive da sé. Basta che una cosa sia in noi, in noi ben viva, e si rappresenta da sé, per virtù spontanea della sua stessa vita. È il libero avvento di ogni nascita necessaria. Al più, al più, noi agevoliamo con qualche mezzo la nascita».  Gorge Steiner, nella sua opera Morte della tragedia, racconta di aver visto in un ambiente rurale cinese «…una pantomima che rappresentava la lotta contro i banditi imperialisti e la vittoria finale degli eserciti contadini. La cerimonia si chiuse con la narrazione dell’eroica morte di uno dei fondatori del partito comunista locale, ucciso dai giapponesi e sepolto lì vicino. Mi chiedo se non sia stato con un rito di sfida e di pietà per i morti simili a questo, che la tragedia nacque, tremila anni fa, sulle pianure di Argo». Gian Carlo Zanon, dicembre 2008

This entry was posted in GENERALE. Bookmark the permalink.